23 ottobre – novembre, Nord Africa
엘 알라메인 제3차 전투
| 포르제 | 이탈리아 사람 | 테데 스키 | Tot. Asse | 동맹국 |
|---|---|---|---|---|
| 남자들 | 54000 | 50000 | 104000 | 195000 |
| Pezzi campali | 371 | 200 | 571 | 908 |
| Pezzi controcarro | 150 | 373 | 522 | 1451 |
| Autoblindo | 72 | 47 | 119 | 435 |
| Carri medi | 279 | 211 | 490 | 1029 |
| 비행기 | 230 | 110 | 340 | 973 |
타임 라인
23 ottobre - Nord Africa - El Alamein, ore 21:40:
i 65 km del fronte si illuminano improvvisamente per il fuoco contemporaneo e martellante di 900 cannoni, seguito da un pauroso rombo di intensità crescente e da una tempesta di proiettili che si abbattono sulle posizioni dell’Asse devastandole. Contemporaneamente 48 bombardieri della Desert Air Force, nascosti dalle nubi, sganciano sulle posizioni italo-tedesche 125 tonnellate di bombe. Dopo 15 minuti di inferno, il fuoco delle batterie si arresta di colpo, lasciando un surreale silenzio sul campo di battaglia.
La tregua dura solo 5 minuti, e le batterie riprendono il fuoco alle 22:00, continuandolo fino all’alba, ma su obiettivi più concentrati, a supporto dell’attacco delle fanterie. Nei 5 minuti di tregua delle artiglierie, quattro divisioni di fanteria, la 9a Australian, la 51a Highlands, la 2a New Zealand e la 1a South African, per un totale di 30.000 uomini, appoggiati da 320 carri armati, e 450 pezzi di artiglieria, muovono contro il nemico lungo un fronte di una decina di km. La prima fase dell’attacco prevede lo sfondamento delle linee di resistenza dell’Asse aprendo dei corridoi nella fascia dei campi minati, avanzando poi per una profondità che varia tra i 5 e gli 8 km, per attestarsi lungo una linea denominata Oxalic, e aprendo la strada alle divisioni corazzate del X Corpo. Queste avrebbero superato Oxalic, attestandosi su una linea ancora più avanzata denominata Pierson. Continue raffiche di traccianti indicano la direzione alle truppe che avanzano, mentre gli sminatori procedono alla bonifica e alla demarcazione dei passaggi per i corazzati.
Le brigate della Divisione australiana, che avanzano alla destra dello schieramento di attacco appoggiate dall’artiglieria britannica e dai carri del 40° Royal Tanks, investono i battaglioni del 61° reggimento della Trento e del 125° reggimento della 162a divisione di fanteria tedesca, sbaragliandone le difese in poche ore, e raggiungendo l’obiettivo. Gli scozzesi della 51a divisione, supportati dai carri del 50° Royal Tanks, avanzando al suono delle cornamuse in mezzo ai campi minati, impattano contro il 62° reggimento della Trento e il 382° della fanteria tedesca, che resistono accanitamente mentre le artiglierie oppongono un nutrito fuoco all’avanzata britannica, impedendo lo sfondamento della linea di resistenza.
Le brigate della divisione neozelandese, sostenute dai corazzati della 9a Armoured Brigade e da autoblindo della cavalleria, sono impegnate in furiosi combattimenti da battaglioni della Trento e della 164a divisione tedesca, ma riescono a raggiungere gran parte degli obiettivi su Oxalic entro le 3 del mattino, con forti perdite da entrambe le parti. La divisione sudafricana, con il concorso dell’8° Royal Tank, incontra una serie di inconvenienti ed inaspettata resistenza, che ne bloccano l’avanzata su gran parte del settore assegnato. Subito a sud di questa, la 4a Indian Division, attaccando nel settore del Ruweisat tiene impegnati i reparti della Bologna che difendono accanitamente.
L’azione delle divisioni corazzate del X Corpo risulta invece molto più rallentata del previsto. I varchi aperti a fatica e con molti contrattempi, la presenza di ulteriori fasce minate non previste e la furiosa difesa opposta da compagnie della Trento e della 164a tedesca ostacolano l’avanzata dei 500 carri armati delle delle brigate della 1a e della 10a divisione britanniche, creando grossi ingorghi e una situazione di immane confusione.
A sud nella zona affidata al 13° Corpo d’Armata, lo sfondamento doveva essere effettuato frontalmente lungo un fronte di circa 3 km dalla 7a Armoured Division con il concorso della 44a Infantry Division, e prevedeva che la brigata della Francia Libera attaccasse da sud per impegnare le difese. L’attacco subisce forti ritardi ed inconvenienti nella creazione di passaggi attraverso il campo minato January a ridosso del quale c’è la fascia di sicurezza della Folgore presidiata da 400 uomini della 6a, 19a e 22a compagnia che oppongono una furiosa resistenza appoggiati dal fuoco delle artiglierie, causando fortissime perdite agli avversari.
Tra le 3 e le 4 del mattino la 22 Armoured Brigade riesce a farsi strada oltre January e a sommergere gli avamposti, trovandosi però bloccata dal fuoco del VI battaglione della Folgore che impedisce ogni tentativo di creare un varco nel campo minato di February. L’attacco portato dal 1° battaglione della Legione Straniera da sud, è respinto dal V battaglione della Folgore che dopo un aspro combattimento costringe i francesi alla ritirata.
Sul fronte dell’Asse, il bilancio mette in evidenza che la linea di sicurezza è stata spazzata via, mentre la linea di resistenza tiene anche se con difficoltà e con qualche falla tamponata da elementi della fanteria tedesca e carri della Littorio. Stumme ordina limitati contrattacchi che sono portati da battaglioni dell’8° Panzer e della Littorio e che migliorano la situazione.
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24 ottobre - Nord Africa - El Alamein:
Il primo attacco è costato all’8a Armata la perdita di circa 3.000 uomini, considerata del tutto compatibile con lo sforzo. Il risultato ottenuto è inferiore a quanto previsto dal piano, ma le divisioni hanno quantomeno superato la zona di sicurezza dell’Asse e occupato la linea Oxalic. La condotta delle divisioni corazzate del X Corpo invece era stata una volta di più deludente, con la 1a Divisione che solo al mattino si affacciava oltre alla fascia dei campi minati, mentre la 10a è ancora bloccata in una situazione di confusione e ingorgo. Nelle parole dello stesso Montgomery, la loro propensione offensiva appare non sufficiente, e si premura di ribadire che il suo compito è quello di sfondare le linee nemiche ad ogni costo e senza badare alle perdite.
Sul fronte dell’Asse, il bilancio mette in evidenza che la linea di sicurezza è stata spazzata via, mentre la linea di resistenza tiene anche se con difficoltà e con qualche falla tamponata da elementi della fanteria tedesca e carri della Littorio. Stumme ordina limitati contrattacchi che sono portati da battaglioni dell’8° Panzer e della Littorio e che migliorano la situazione.
Alle 14, i neozelandesi reiterano l’attacco contro un caposaldo del 382° fanteria tedesca che tiene ancora un tratto della linea di resistenza, riuscendo a sfondare e venendo poi fermato dall’artiglieria della Trento che si trova a sparare a distanza ravvicinata e ad alzo zero. L’intervento di un gruppo corazzato misto, con carri e semoventi dell’8a Panzer e della Littorio impegna i neozelandesi fino al tramonto, respingendo l’attacco. A sera, la 2a Amroured Brigade aveva perso 41 carri, mentre le forze dell’Asse una trentina.
Durante la notte un nuovo tentativo di movimento della 10a Amroured Division attraverso i varchi aperti nel campo minato è contrastato dal forte fuoco delle artiglierie e da incursioni aeree dell’Asse che incendiano numerosi veicoli agevolando ulteriormente il tiro delle artiglierie, e costringendo i carri a ritirarsi. Da parte dell’Asse, la linea di resistenza tiene, seppur impiegando tutte le forze disponibili. La direzione della battaglia è ormai presa dai tedeschi ad ogni livello, sia di comando generale che di divisioni e reparti. A sera si diffonde la notizia della scomparsa del generale Stumme. Il comandante dell’ACIT, era scomparso misteriosamente dall’automobile su cui viaggiava per un’ispezione poco dopo l’alba, insieme al colonnello Butching, capo delle trasmissioni dell’Armata, dopo che il mezzo era stato preso sotto il fuoco di una mitragliatrice. E’ ritrovato morto il giorno successivo, ma senza alcun segno di ferite o contusioni. Anche il colonnello Butching, ferito dal fuoco, muore durante il rientro. Il comando è preso dal generale Von Thoma, che mantiene anche il comando del DAK.
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25 ottobre - Nord Africa - El Alamein:
Nella notte Montgomery convoca i comandanti del X e del XXX Corpo, e reitera energicamente l’ordine alla 10a Armoured di irrompere oltre i campi minati, minacciando velatamente di sostituirli entrambi se non si dimostrassero decisi nella loro azione. La stessa notte, tanks dell’8a Amroured Brigade tentano di portarsi avanti, uscendo dal riparo offerto dal costone di El Miteiriya, attraversando i varchi del campo minato e cominciando a schierarsi disordinatamente, ma incontrano subito il deciso fuoco delle artiglierie controcarro italo-tedesche che li costringono a ritirarsi nuovamente dietro il costone con i carri superstiti dopo aver perso 75 dei loro 94 carri.
Anche la 9a Armoured Brigade, poco più a sud, dopo essere stata respinta dal fuoco delle artiglierie della Trento, si dirige a ovest finendo anch’essa sotto il tiro delle artiglierie controcarro dell’ACIT. A sud, nel settore difeso dalla Folgore, la 131a Brigata di fanteria e la 22a Brigata corazzata tentano nuovamente di forzare un passaggio attraverso February, con lo schermo fornito dall’artiglieria a sinistra e dalla 4a Brigata corazzata dalla destra. La furiosa reazione dei paracadutisti italiani causa grosse perdite agli attaccanti e ne contiene la penetrazione, ma i britannici riescono a costituire una piccola testa di ponte. Le squadre di sminamento si mettono allora al lavoro per aprire due varchi dai quali tentano di passare i carri del 4° County of London Yeomanry e del 1° Royal Tanks. Appena questi escono allo scoperto incontrano il fuoco delle artiglierie della Folgore e reparti dell’Ariete e della 21a Panzer che mettono fuori combattimento 31 carri tra Crusader e Grant, costringendo i superstiti alla ritirata. La Folgore non cede, e lo scoraggiato generale Horrocks, comandante del XIII Corpo, suggerisce di lasciar perdere quella parte del fronte e di spostare l’attacco più a nord, su El Munassib, temendo che anche un attacco in forze, che avesse coinvolto la 132a Brigata di fanteria e la 22a Amroured Brigade, che già aveva perduto quasi un reggimento, potesse trasformarsi in un’ecatombe.
Secondo il servizio informazioni britannico, con una situazione aggiornata a mezzogiorno del 25, i britannici hanno perduto 265 carri e ne hanno ancora 734 in linea, mentre l’Asse ne ha perduti 101 e ne ha ancora 426, di cui 233 italiani. La situazione è giudicata soddisfacente da Alexander e Montgomery. Intanto la 1a Armoured Brigade cerca di consolidare le proprie posizioni incuneate nello schieramento dell’Asse, facendo affluire la 7a Brigata motorizzata a rinforzo. A queste azioni si oppongono le artiglierie del XXI Corpo italiano e l’intervento di un battaglione dell’8a Panzer e due della Littorio, che subiscono grosse perdite con il 30% dei carri colpiti.
La 20a Brigata australiana è colpita con una serie di attacchi che arrecano perdite e non ne consentono l’avanzata. I combattimenti si esauriscono nel pomeriggio, in vista dei nuovi attacchi britannici previsti per la notte.
Nel pomeriggio il XIII Corpo porta l’attacco al saliente di Deir el-Munassib, difeso dal II, IV e IX battaglione del 187° della Folgore. Dietro agli sminatori che aprono i varchi, procedono 90 tank del 4/8° Ussars. La difesa accanita costringe le due colonne a ritirarsi con la perdita di una ventina di carri. Alle 21, dopo un’intensissimo fuoco di preparazione (60.000 colpi in un’ora) il IV Green Howard, avanza occultato da nebbiogeni e riesce a irrompere nel caposaldo ma è costretto a ritirarsi dalla violenta reazione dei paracadutisti. Le perdite per i britannici in questo tratto di fronte ammontano a 700 uomini.
Alle 20 Rommel giunge al comando della Panzerarmee dopo un lungo volo che l’ha portato dall’Austria, dove era ancora in cura presso una clinica, a Roma e poi in Africa via Creta. A chiedergli di riprendere in mano la situazione era stato Hitler in persona con una telefonata intorno alla mezzanotte della sera prima.
Appena rientrato al fronte, Rommel tiene immediatamente una riunione nella quale è aggiornato dal generale von Thoma e dal colonnello Westphal che gli espongono la gravità della situazione. Le perdite subite nel settore settentrionale del fronte dalla Trento e dalla 164a sono forti, e di fronte a loro vi è un imponente massa di forze nemiche che schierano ben cinque divisioni di fanteria e tre corazzate solo in quel settore; le munizioni sono scarse e la penuria di benzina, sufficiente per appena un giorno e mezzo di operazioni, costringe praticamente alla paralisi le unità corazzate.
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26 ottobre - Nord Africa - El Alamein:
su diretta indicazione di Montgomery lo sforzo nel settore australiano si concentra sulla conquista di quota 28, un piccolo e insignificante rilievo sul terreno desertico che acquisirà grande importanza nei successivi giorni di battaglia. La notte precedente, mentre si prepara l’attacco, gli australiani con un colpo di fortuna catturano due ufficiali tedeschi, il comandante della Panzer Grenadier Regiment 125 e il comandante di uno dei suoi battaglioni, ed insieme ad essi alcune carte topografiche con segnati campi minati e postazioni difensive. Durante l’interrogatorio, il comandante del reggimento tedesco fornisce altre informazioni circa la disposizione e la consistenza delle difese, agevolando la messa a punto del piano.
L’attacco è portato da due battaglioni della 26a Infantry Brigade appoggiati da 30 carri Valentine del 40° Tanks e supportati da un intenso fuoco di artiglieria che martella le difese con 15.000 colpi, mentre l’aviazione sgancia sui difensori 115 tonnellate di bombe. L’attacco va come previsto e si conclude con la conquista di quota 28 dopo un violento corpo a corpo finale in cui gli australiani hanno 56 morti e 256 feriti. Sono presi prigionieri 173 tedeschi del 125° Reggimento e 67 italiani della Trento.
Subito a sud, nel corso della notte gli scozzesi si portano all’attacco nella zona del rilievo di Kidney completando la conquista dei loro obiettivi sulla linea Oxalic con una serie di assalti alla baionetta che costano forti perdite.
Al mattino Rommel ordina un contrattacco su quota 28 e nella zona di Kidney portato da battaglioni corazzati e bersaglieri della 15a Panzerdivision e della Littorio con l’appoggio dell’artiglieria, che riescono a stabilizzare la situazione ma non a riconquistare terreno, a causa dell’accanita resistenza opposta dai britannici e dei forti bombardamenti ad ondate della DAF che si succedono ogni ora. Le fanterie del XXI italiano riescono a consolidare la linea di resistenza a ridosso del costone di El Miteiriya, mentre Rommel fa affluire reparti verso nord, dove sembra concentrarsi maggiormente lo sforzo nemico. A sera neozelandesi e sudafricani completano la conquista del costone di Miteiriya costringendo il II e III/61° della Trento ed il II/382° della 164a tedesca ad arretrare su posizioni di fortuna con forti perdite.
Le perdite per l’Asse sono sensibili, le truppe esauste, il loro morale minato dagli incessanti bombardamenti aerei. La situazione dei carburanti e delle munizioni, resa ancor più drammatica dall’affondamento quel giorno di altre due navi italiane, è tale da non consentire di difendersi efficacemente dai devastanti attacchi. Anche da parte britannica il bilancio non è però esaltante: lo sfondamento delle fanterie e delle truppe corazzate è fallito, e le perdite da una stima sommaria sono valutate il doppio di quelle avversarie: 6140 uomini contro circa 3500, e 300 carri contro 150. L’8a Armata dispone comunque di riserve tali da non rendere eccessivamente preoccupante la questione delle perdite: con ancora 900 carri in efficienza e un centinaio in riparazione, il vantaggio mantenuto è enorme, ma tra i comandanti delle provate divisioni vi sono dubbi sulla possibilità di condurre altri attacchi determinanti. Montgomery decide di abbandonare il piano originale e di adattarlo agli eventi.
Il suo ottimismo sulle sorti della battaglia non è minimamente minato, si tratta solo di trovare il punto giusto in cui sfondare. Dato che a sud la resistenza opposta dalla Folgore non ha consentito alcun progresso, lo sforzo va concentrato a nord, dove il settore di attacco degli australiani sta dando risultati promettenti. Decide quindi una relativa pausa delle operazioni per dar modo alle divisioni di ricostituirsi e spostarsi verso nord, dove sarà applicata la pressione maggiore.
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27 ottobre - Nord Africa - El Alamein:
La notte sul 27 la 1a Armoured Division cerca di spingersi oltre la linea Oxalic per progredire di qualche chilometro e stabilire nuove basi di partenza a nord e a sud di Kidney verso due posizioni topografiche nel deserto. L’attacco verso nord si risolve con un nulla di fatto con la 2a Brigata corazzata che ostacolata dal fuoco di italiani e tedeschi finisce per attestarsi all’altezza di Kidney. L’attacco verso la posizione a sud ovest, chiamata convenzionalmente Snipe, inizia alle 23 con l’avanzata di un battaglione britannico sulla posizione che è raggiunta incontrando scarsa opposizione. Due interventi di gruppi corazzati italiani e tedeschi, tra le 4 e le 6 del mattino, non riescono a cambiare la situazione a causa del fuoco opposto dalle artiglierie.
Alle 7 avanza la 24a Brigata corazzata, che inizialmente fa fuoco sulle postazioni britanniche scambiandole per l’avversario e poi, chiarito l’equivoco, le raggiunge e si dispone a rafforzare la testa di ponte. Contro di questa per tutta la mattinata sono lanciati una serie di contrattacchi con corazzati e artiglierie della 15a Panzer e della Littorio, che non riescono però a far sloggiare il nucleo avversario che comunque rimane isolato e in posizione precaria. Poco a nord, l’ XI/7° Bersaglieri attacca quota 28, riuscendo a conquistarne i margini al costo di gravi perdite. Intanto giungono i reparti fatti affluire da Rommel che nel pomeriggio lancia un contrattacco teso a ristabilire la linea di resistenza tra quota 28 e la zona di Kidney. Alle 15, il 150° fanteria, il XXIII/12° Bersaglieri e un battaglione di carri della Littorio si lanciano all’attacco di quota 28, ma sono respinti dal fuoco delle artiglierie e dall’intervento di 90 bombardieri che in due ore e mezzo rovesciano 80 tonnellate di bombe sugli attaccanti, bloccandone ogni ulteriore velleità.
Il contrattacco contro Kidney è portato da un battaglione carri ed uno di fanteria corazzata della 21a Panzer insieme ad un battaglione carri e artiglieria semovente della Littorio e un gruppo dell’Ariete. Anche in questo caso, il violentissimo fuoco delle artiglierie e la superiorità dimostrata dai carri Sherman anche rispetto ai panzer tedeschi, causano una sconfitta totale. Altri combattimenti si verificano lungo la linea di resistenza, dove neozelandesi e sudafricani infliggono gravi perdite al II/382° tedesco ed annientano ciò che rimane di due battaglioni della Trento. La situazione per l’Asse è sempre più grave e le risposte ottenute da Rommel alle richieste di urgente soccorso inviate senza troppe speranze a Roma e Berlino sono sconsolanti. In poche parole Rommel (e tutta l’armata) deve arrangiarsi con quello che ha, e deve resistere in vista di una futura vittoria!
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29 ottobre - Nord Africa - El Alamein:
Due brigate di fanteria australiana e il 40° e 46° Royal Tanks, supportati dal fuoco di 272 pezzi di artiglieria campale e di medio calibro sferrano un deciso attacco contro il saliente a nord della linea di battaglia, difeso dai bersaglieri e da fanteria tedesca. In sei ore di violenta battaglia, la difesa disperata dei reparti italo-tedeschi e un campo minato che non era stato rilevato causano grosse perdite di uomini e carri agli australiani, che arretrano rinunciando all’attacco, ma l’XI/7° bersaglieri e il II/125° di fanteria tedesca erano stati completamente annientati.
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30 ottobre - Nord Africa - El Alamein:
La gran parte della giornata trascorre senza combattimenti mentre anche l’attività aerea è ostacolata dal maltempo. Entrambi gli schieramenti si riorganizzano effettuando i previsti movimenti di forze. Intorno alle 20, la 26a Brigata di fanteria australiana con il 40° Royal Tanks rinnovano l’attacco a nord di quota 28, seguendo uno schema simile a quello del giorno precedente, travolgendo ed annientando al termine di una feroce lotta quello che rimane del II/125° fanteria tedesca, ma venendo poi fermati dall’accanita resistenza del I e del III/125° e del X/7° bersaglieri.
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31 ottobre - Nord Africa - El Alamein:
All’alba si muovono i carri del 40° Royal Tanks ma incontrano prima la resistenza del CCCLVII gruppo da 75 italiano e poi sono sottoposti al contrattacco del 3° gruppo esplorante tedesco che ne ferma l’avanzata. Il III/125° fanteria ed il X/7 bersaglieri rimangono tagliati fuori. A mezzogiorno la 90a Leichte e la 21a Panzer sferrano un contrattacco, con il supporto di artiglierie e di una squadriglia di Stukas, ma sono presto fermati dai pezzi controcarro e dall’intervento di aerei della DAF, perdendo 5 panzer. Nel pomeriggio 18 carri della 21a Panzer tornano all’attacco, costringendo gli australiani a ripiegare dopo aver perso 21 carri Valentine su 37. Fanti tedeschi e bersaglieri rimangono però isolati ed accerchiati.
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1 novembre - Nord Africa - El Alamein:
Al mattino i tedeschi reiterano l’attacco che si protrae fino al pomeriggio, costringendo la 24a Infantry Brigade a ritirarsi dopo che il suo comandante rimane ucciso da una granata, e riconquistando le posizioni perdute. Si tratta di un successo di scarsa rilevanza che nelle alte sfere del Comando Supremo e da Kesserling è invece interpretato come segno che la battaglia sta prendendo una piega positiva. Rommel invece, sempre più preoccupato per la grave situazione ed impressionato dall’intensità degli attacchi britannici, comincia a considerare la necessità di ritirare l’armata lungo un’altra linea difensiva da stabilirsi sul meridiano di Fuka, circa 100 km a ovest. Tratteggia un piano che per non abbandonare le fanterie italiane necessita di 1500 automezzi, per un giorno, con autonomia di 100 km.
Rommel fa inoltrare la valutazione e la richiesta al Comando Supremo e a Delease attraverso il generale Mancinelli, il giorno 30. Il giorno successivo il generale Barbasetti comandante di Delease giunge al carrozzone che ospita il comando di Rommel e ribadisce la totale contrarietà del Comando Supremo a qualsiasi ipotesi di ritirata, e nega gli automezzi a Rommel asserendo che quanto a disposizione è necessario per assicurare i rifornimenti al fronte.
Bundesarchiv, Bild 101I-784-0208-17A / Moosmüller
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Nord Africa - El Alamein - Operation Supercharge:
과급 è il nome dato da Montgomery a quella che dovrà essere la spallata definitiva alle truppe di Rommel e che dovrà portare alla loro distruzione. Il piano è simile a quello di Lightfoot e prevede lo sfondamento del fronte da parte delle fanterie per una larghezza di 4 km e una profondità di 6 km, attraverso il quale avrebbero fatto irruzione le divisioni corazzate. Al comando dell’attacco è posto il generale Freybergh comandante della 2a New Zealand Division il quale accetta il comando, ma rifiuta di impiegare i suoi uomini in un altro attacco. La forza di sfondamento al comando di Freyberg è quindi composta da 3 Brigate di fanteria della 50a, 51a e 10a Divisione, un battaglione Maori, due Brigate corazzate, un’imponente cortina mobile di artiglieria composta da 192 cannoni, oltre ad altri 168 pezzi di artiglieria.
A sfondamento avvenuto, il comando sarebbe passato al generale Lumsden, comandante del X Corpo, che avrebbe portato la 1a Divisione corazzata a scavalcare la testa di ponte ed irrompere contro le forze corazzate dell’Asse. Il rapporto di forze è impietoso: a difendere quel tratto di settore vi sono sei battaglioni di fanteria, tre italiani della Trento e tre tedeschi della 90a Leichte, mentre sul fronte dei carri si contano 570 tanks britannici contro 102 panzer e 65 M13.degli italo-tedeschi. Alle 21:30 inizia il pesantissimo bombardamento delle postazioni difensive ad opera di 87 bombardieri che si succedono ad ondate per sette ore, a cui segue un terribile fuoco di sbarramento ad opera di 360 pezzi di artiglieria campale che bombardano per quattro ore e mezzo sparando 15.000 colpi.
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2 novembre - Nord Africa - El Alamein:
All’1:05 di notte inizia l’avanzata delle Brigate d’assalto, con i fanti che procedono al suono delle cornamuse, sostenuti da una cortina mobile di artiglieria con bocche da fuoco distanziate di 12 metri una dall’altra che bersagliano le difese con una salva ogni due minuti e mezzo, procedendo di 100 metri alla volta. I genieri sminano 5 corridoi per il passaggio dei mezzi corazzati, mentre i fanti sommergono le posizioni italo-tedesche.
Alle 6:15, 94 carri della 9a Armoured Brigade, sui 130 inizialmente partiti, raggiungono la linea occupata dalla fanteria, coperti durante l’avanzata da una cortina mobile di artiglieria che avanza di 100 metri ogni 3 minuti. Il primo schieramento di artiglieria controcarro italo-tedesca, che il generale Von Thoma ha disposto su una linea semi-circolare, comincia a far fuoco sulle silouette dei carri attaccanti infliggendo gravissime perdite ma non riuscendo ad arrestarli. La 2a e l’8a Amroured Brigade si aggiungono alla mischia, mentre panzer della Leichte, della 15a e carri della Littorio si si lanciano nell’immane caos della battaglia. Il furibondo scontro causa la perdita di 80 dei 94 carri della 9a Armoured Brigade. La prima linea dei cannoni controcarro dell’Asse finisce per essere travolta, ma i britannici non riescono a proseguire l’avanzata sulle posizioni assegnate. Le perdite degli italo-tedeschi sono devastanti: i battaglioni di fanteria che difendevano la linea di sfondamento non esistono più, due battaglioni di carri e il gruppo pezzi semoventi della Littorio sono stati completamente distrutti. Da parte britannica l’andamento della battaglia è considerato per nulla favorevole.
La 1a Amroured Division con notevole ritardo rispetto a quanto pianificato raggiunge la linea di Tell Aqquaquir, conquistata dalla 9a Armoured Brigade. Davanti a sé ha la seconda linea di artiglieria controcarro italo-tedesca. Alle 11:00 von Thoma lancia la 21a e la 15a Panzer, con i resti della Littorio e l’XI battaglione carri della Trieste a contrastarla: sono 120 carri in tutto, contro gli oltre 300 della massa avversaria appoggiati da un intenso fuoco di artiglierie campali e controcarro, mentre La DAF continua la sua devastante azione con continue ondate di bombardamenti. Nell’apocalittico scontro l’Asse perde circa cento carri, e altrettante perdite registra la 1a Armoured Division.
Nel primo pomeriggio, l’esito sfavorevole dello scontro convince Rommel a predisporre il ripiegamento. Le divisioni italiane del XX Corpo tornano sotto il comando del generale De Stefanis, l’Ariete deve spostarsi a nord, raggiungendo all’alba la zona dello sfondamento nemico e il generale Nebbia assume il comando del settore meridionale del fronte. Alle 15, un nuovo contrattacco del DAK contro la 1a Armoured Division non porta alcun risultato utile, e riduce la forza dell’intero DAK a 35 panzer.
Ricevuto rapporto della tragica situazione da Von Thoma, Rommel si decide a ripiegare. L’ordine per il DAK e per il XX Corpo italiano è di resistere fino all’indomani per coprire la ritirata delle fanterie, e poi ripiegare il più lentamente possibile combattendo.
Alle 19:30 cominciano ad essere inviati i dispacci ai reparti per il ripiegamento sulle posizioni occupate prima della battaglia di Alam el Halfa, una quindicina di km a ovest della linea attuale. Rommel sente anche l’enorme problema di dover far accettare tale decisione a Hitler: invia un primo rapporto al Fuhrer nel pomeriggio, cominciando a prospettare l’impossibilità di difendersi, e poi nel bollettino serale, inviato alle 22:30, espone la situazione per quella che è, annunciando la ritirata. La notizia giungerà a Berlino a cose ormai fatte.
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3 novembre - Nord Africa - El Alamein:
Durante la notte inizia l’arretramento del X e del XXI Corpo, parte su camion che fanno spola trasportando la Brescia e la Pavia, e parte a piedi, dovendo distruggere e abbandonare sul posto gli armamenti pesanti. La mancata reazione britannica fa ben sperare di poter completare tutto il ripiegamento per fasi verso la linea di Fuka. Alle 10 del mattino Rommel dà ordine di ripiegare su Fuka per settori, a cominciare da quello settentrionale, e dando priorità alle fanterie, per poi procedere con il centrale e il meridionale, mentre il X corpo e la Ramcke avrebbero coperto la ritirata.
Giunto al comando dell’ACIT verso mezzogiorno, Rommel trova le due risposte provenienti da Roma e da Berlino. Il Duce raccomanda di tenere le posizioni attuali ad ogni costo, e Hitler ordina di non muoversi di un passo, concludendo il suo dispaccio con l’indicazione dell’ordine da dare alle truppe: vittoria o morte. Rommel è tentato di disubbidire, ma alla fine ubbidisce. Legge l’ordine a Von Thoma, che gli comunica di disporre a quel momento di 24 carri tra 15a e 21a Panzer, mentre la Littorio ne ha 17. Alle 15:10 trasmette l’ordine al XXI Corpo, che giunge alle divisioni alle 18:30. Per la Trento non c’è problema in quanto non si è ancora mossa, mentre la Bologna è in marcia fin dalle 14 e potrà riceve re l’ordine solo al suo arrivo. Sono inviati ufficiali lungo l’itinerario, ma il comando della Bologna è raggiunto solo all’alba ed è impensabile che le truppe spossate si rimettano in marcia contraria. L’Ariete intanto giunge sul settore nord, e prende posizione. Al tramonto, un battaglione di fanteria della 51a Infantry Division e l’8° Royal Tank tentano un attacco a sud di Tell Aqquaqir, ma sono respinte dal fuoco di cannoni e mitragliatrici che causano forti perdite tra cui 20 dei 32 carri impiegati.
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4 novembre - Nord Africa - El Alamein:
Durante la notte, dopo aver respinto un attacco britannico, la 15a Panzer ripiega da Tell Aqquaqir le cui posizioni sono presto occupate dalla 5a Indian Brigade che investe il II/115° Panzergranadier, distruggendolo e catturando 351 priogionieri. Dalle 7 del mattino la 1a Armoured Division comincia ad avanzare verso ovest, andando incontro ai resti della 15a e della 21a Panzer. Più a sud, la 4a Armoured Brigade seguita dalla 2a New Zealand Division investe la Trento che, dopo aver combattuto fino all’esaurimento delle munizioni è annientata. I neozelandesi si lanciano poi sulle tracce della Bologna con autoblindo e carri, trovandone i reparti che marciano nel deserto per tornare alle posizioni, ed avendo gioco facile nel disperderli e catturarli.
Von Thoma intanto si è arreso agli inglesi: poco dopo l’alba aveva salutato Beyerlein con queste parole: l’ordine di Hitler è frutto di un cervello malato. Non posso più continuare così…” Alle 11 il suo aiutante di campo si era presentato a El Daba dicendo di essere stato messo in libertà da Von Thoma e di non sapere nulla della sua sorte. Bayerlein sale su un mezzo e si dirige al fronte a cercarlo. Lo vede in lontananza immobile vicino a un carro in fiamme, poi sventolare un fazzoletto bianco e consegnarsi ad un capitano inglese. Subito dopo circa 300 tedeschi escono dalle buche con le mani alzate arrendendosi.
Al mattino l’Ariete è giunta a disporsi tra la Trento, la Trieste e la 15a Panzer. Alle 10 è investita da un centinaio di carri pesanti della 7a Armoured Division che arrestandosi a distanza bersagliano gli impotenti carri italiani. Questi tentano di chiudere le distanze, in una lotta senza speranze. Alle 15:30 parte l’ultimo messaggio radio dell’Ariete: “Carri armati nemici fatto irruzione a sud dell’Ariete; con ciò Ariete accerchiata. Trovasi circa cinque chilometri nord-ovest Bir el Abd. Carri Ariete combattono”. A sera, tutto il XX Corpo italiano è annientato, anche se alcuni reparti di Trieste, Littorio e Ariete sono riusciti a disimpegnarsi.
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La ritirata:
La situazione è ormai del tutto compromessa, con il fonte sfondato interi corpi d’Armata distrutti, le linee sconquassate. Alle 15:30, Rommel, senza attendere alcuna autorizzazione, dà l’ordine di ritirata generale. La comunicazione della ritirata non giunge a tutti i reparti italiani, molti dei quali ne vengono a conoscenza in modo casuale, e in assenza di direttive. Le divisioni tedesche, a bordo di automezzi, si incolonnano in fuga sulla strada litoranea, dove si forma una lunghissima colonna su cui si accaniscono i raid della Desert Air Force, creando distruzione e caos. I resti del XX Corpo seguono un itinerario parallelo, una ventina di chilometri più a sud, anch’essi braccati da aviazione e reparti britannici. Il XXI Corpo può far ripiegare senza problemi alcuni battaglioni della semi-distrutta Trento, mentre per la Bologna e il 7° Bersaglieri vi sono poche speranze di riuscire ad evitare la cattura. Il X Corpo riceve l’ordine alle 16, e dispone l’arretramento della Brescia, della Folgore e della Pavia in tre tappe, con marce notturne nel deserto di circa 25 chilometri ciascuna per raggiungere la linea di Fuka entro il giorno 7. Impossibilitate a portare armi pensanti, in gran parte appiedate, con pochissimi viveri e acqua, braccate dagli squadroni di autoblindo lanciati da Montgomery in caccia, il loro destino è segnato. A Roma continuano ad avere una percezione del tutto distorta della reale situazione in Africa. Alla sera, dopo aver ricevuto da Von Rintelein i dispacci giunti da Rommel e da Kesserling volato al fronte quello stesso giorno per verificare la situazione, Cavallero fa stilare il seguente dispaccio per Rommel:
“Premesso:
a. che Comando Supremo habet ieri ordinato mantenere posizioni dell’Armata;
b. che nelle azioni successive tale ordine non habet potuto avere pratica attuazione et fronte armata si est
notevolmente arretrato perdendosi quasi interamente vantaggio posizioni organizzate;
c. presa conoscenza dei documenti che il generale germanico presso Comando Supremo habet qui comunicato per ordine OKW;
“Duce habet ravvisato utilità lasciarvi libertà di manovra per portare at passo at passo armata sulla posizione di
Fuka come da voi proposto, in modo da assicurare l’arretramento anche delle unità non motorizzate. Duce ordina che
ogni cosa utile al nemico sia sistematicamente distrutta negli spazi che vengono abbandonati, ivi compresa ferrovia,
suoi impianti et vagoni che non possono essere sgombrati.
Comando Supremo continua massimo sforzo per intensificare rifornimenti anche via aerea. Habet già disposto afflusso
costà un gruppo aerei caccia mentre rinforzi aerei germanici sono in movimento. Altre informazioni darà verbalmente
generale Gandin, che giungerà domani cinque corrente”
La grande battaglia si era conclusa nell’unico modo in cui avrebbe potuto concludersi data l’enorme disparità di uomini e mezzi tra i due schieramenti, aggravata dal dominio del cielo esercitato dalle forze aeree alleate. Di certo non è stata la mancanza di valore a determinare la sconfitta. Nel corso della campagna, tutte le parti in campo, a turno, hanno avuto a soffrire delle condizioni di inferiorità di armamenti e di mezzi, ed a conoscere l’amarezza data dall’impotenza. La conobbero a più riprese i britannici e tutte le truppe del Commonwealth, che in più occasioni dimostrarono scarsa aggressività e poca disponibilità al sacrificio. Accadde agli australiani nel rifiutare di continuare la difesa di Tobruk, ai neozelandesi, che si rifiutarono a più riprese di impegnarsi in combattimento, ai britannici, le cui divisioni corazzate dimostrarono spesso una scarsissima propensione aggressiva e spirito di corpo. Accadde ai tedeschi, che passati i periodi felici in cui le loro armi prevalevano sugli avversari rendendoli invincibili ebbero poi a conoscere l’amarezza di combattere con mezzi inferiori, quella dell’impotenza, della fuga e della resa. Accadde naturalmente agli italiani che, fin dall’inizio della guerra, si trovarono sempre a combattere in condizioni di grave inferiorità, privi di armamenti adatti, di automezzi, e finanche spesso di cibo ed acqua in quantità adeguata a sostenere le immani fatiche e disagi di anni consecutivi di guerra al fronte, senza licenze né avvicendamenti. Gli atti di valore, abnegazione, combattività e sacrificio profusi dai soldati italiani nella campagna furono tali da meritare il massimo rispetto. Le perdite esatte al 4 novembre non sono conosciute: i britannici stimano 2350 morti, 8500 feriti e 2260 dispersi. L’ACIT probabilmente 4-5000 morti e dispersi, 7-8000 feriti e 6700 prigionieri, destinati a salire di molto nei successivi giorni della ritirata raggiungendo un totale di 9000 morti e dispersi, 15000 feriti e 30000 prigionieri. L’8 Armata ha 500 carri fuori combattimento, ma ne potrà poi recuperare circa 350, e un centinaio di pezzi di artiglieria. L’Asse ha perso un migliaio di automezzi e più di 400 carri.
Fra gennaio e settembre in Libia arrivavano 4.000 automezzi contro 71.000 giunti ai britannici; 370 pezzi campali contro 6.000, e 850 carri contro 2500. Non contando ottobre!
5 novembre, Nord Africa – deserto egiziano:
Gran parte della Bologna è raggiunta nel deserto, accerchiata da autoblindo e catturata. La marcia del X Corpo prosegue a sud, su due colonne parallele in condizioni disperate, senza acqua nel deserto. La Brescia è raggiunta e catturata nel primo pomeriggio. La Pavia e la Folgore proseguono la marcia di notte, braccati dalle autoblindo che li prendono ripetutamente sotto il fuoco. La 90a Leichte, il XX Corpo, la 21 Panzer e la 15a a cui rimangono 8 carri e 200 uomini, dopo aver raggiunto Fuka, ripiegano verso Matruh, mentre quel che rimane del XXI corpo, non avvisato dell’ulteriore ripiegamento, rimane isolato a sud di Fuka, e alle 8 del giorno 6 è accerchiato e catturato, con solo pochi reparti che a fatica riescono a fuggire. Durante il ripiegamento su Matruh, la 21a Panzer, rimasta a secco di benzina, è raggiunta dall’avanguardia della 22a Armoured Brigade. La reazione della 21a con l’aiuto del 580° gruppo esplorante, che ritirandosi è sopraggiunto alle spalle del nemico, obbliga i britannici a ritirarsi, consentendo alla 21a di sganciarsi con soli 4 carri superstiti, dopo aver distrutto sul posto gli altri, a secco di benzina.
Nel pomeriggio è la volta della Folgore, i cui reparti procedono in maniera autonoma nel deserto, affrontando vari scontri a fuoco. La gran parte di essi, circa 200 ufficiali e 2000 soldati, rimasti senza acqua e munizioni, è raggiunta e catturata dalle forze motorizzate britanniche, mentre solo poche centinaia riescono a sottrarsi alla cattura e rientrare nelle linee.
Rommel è molto pessimista sull’esito dell’intera guerra, che vede ormai compromessa dati i risvolti negativi in Russia e la realtà del colosso americano che si sta ormai per materializzare sul teatro della guerra. Un convoglio di eccezionali proporzioni si sapeva essere giunto a Gibilterra, ma non dove fosse diretto. Per Rommel, l’Africa ormai è perduta, e l’imperativo a questo punto è quello di salvare le truppe riportandole in Italia. Non esistono combattenti altrettanto esperti e valorosi, ed è necessario salvarli e portarli in Europa in vista di una probabile invasione, anche a costo di abbandonare tutte le armi. Questo convincimento determinerà ogni sua successiva azione nelle seguenti settimane durante la ritirata. Ogni sua decisione è tesa a portare le truppe in salvo in Tunisia per realizzare una “Dunkerque africana”.
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Fox (Sgt), No 1 Army Film & Photographic Unit, Public domain, via Wikimedia Commons produzione carri sherman
7 novembre, Nord Africa – deserto egiziano:
Anche la Pavia e il comando del X Corpo sono catturati in massa nel deserto a poca distanza da Fuka, mentre 600 superstiti della Ramcke e il XXXI battaglione guastatori d’Africa riescono a fuggire e, dopo infinite peripezie, a raggiungere il resto delle truppe a Matruh. Il numero dei prigionieri caduti in mano britannica dal 23 ottobre al 12 novembre è di 19.276 italiani e 10.724 tedeschi.
La ritirata prosegue con l’evacuazione di Matruh, dove nuovamente i tedeschi abbandonano la piazza senza coordinarsi né avvisare gli italiani e dopo essersi impossessati di treni e locomotori, impedendo la partenza di un convoglio di vagoni carico di materiali che devono essere distrutti. La fuga continua verso il confine sempre incalzata dalle avanguardie nemiche e dalle azioni dell’aviazione.
Lungo la Balbia si snoda un lungo serpentone di mezzi e autocarri, quasi tutti con truppe tedesche che portano ogni tipo di materiale e in alcuni casi viaggiano addirittura vuoti. La possibilità di resistere al confine, lungo la linea Sidi Omar-Capuzzo-Sollum-Halfaya, benché presa in considerazione e caldeggiata dal Comando Supremo, le cui valutazioni ed ordini sono sempre distanti dalla realtà delle cose, non è valutata come possibile da Rommel. Questi rifiuta, probabilmente a ragione, che gli siano inviati rinforzi di truppe appiedate che si troverebbero altrimenti presto nella medesima condizione delle cinque divisioni appena annientate nel deserto. La sua opinione è che tutte le truppe appiedate dovrebbero essere evacuate per via aerea, in Italia.
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8 – 10 novembre – Operazione Torch – lo sbarco alleato in Algeria e Marocco
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Il giorno 8 inizia l’operazione 토치, lo sbarco anglo-americano sulle coste di Marocco e Algeria che coglie pienamente di sorpresa Roma e Berlino.
Le colonie francesi di Marocco e Algeria sono sotto il controllo della Francia “collaborazionista” di Vichy, virtualmente soggiogata alla Germania dopo l’armistizio del giugno 1940, e neutrale nella guerra in corso. L’operazione è pianificata dagli Alleati come una manovra a tenaglia su tre direttrici: la “Western Task Force, composta interamente da forze statunitensi, sbarcherà in Marocco, mentre la “Central Task Force” e la “ Eastern Task Force” composte da forze miste anglo-americane, sbarcheranno sulle coste mediterranee dell’Algeria rispettivamente presso Orano ed Algeri. L’intera armata dovrà poi convergere verso la Tunisia, anch’essa colonia francese, per occuparla, prendere l’armata di Rommel alle spalle e distruggerla. La forza di invasione, a cui gli Alleati decidono di dare un carattere quasi esclusivamente americano dato il forte astio che l’opinione pubblica francese nutre per i britannici, e il cui comando supremo è assegnato al generale Dwight Eisenhower, comprende 107.000 uomini, oltre 350 navi da trasporto e 300 unità da guerra: un dispiegamento di forze enorme per un’operazione senza precedenti.
La “Western Task Force”, forte di 39.000 truppe americane al comando del generale Patton, attraversa l’Atlantico su 102 navi da trasporto fortemente scortate da unità della U.S.Navy. Le operazioni di sbarco iniziano il giorno 8 senza un bombardamento navale preventivo che viene evitato nella speranza di non incontrare resistenza. La reazione francese è invece decisa sia da parte delle batterie costiere che di aviazione e unità navali mentre le sfavorevoli condizioni del mare contribuiscono a rallentare le operazioni. Tuttavia, entro il giorno 10 tutti gli obiettivi dello sbarco sono conquistati e le unità americane attaccano Casablanca, dove si verifica un breve ma feroce combattimento navale. Le forze francesi cessano le ostilità nel pomeriggio del 10 in attesa di un armistizio che sarà firmato la mattina del giorno 11. Nei combattimenti I francesi hanno perduto 1 incrociatore leggero, 4 cacciatorpediniere, 7 sommergibili e 7 aerei, con la morte di 462 uomini, mentre per gli americani le perdite ammontano a 4 navi da trasporto, 150 mezzi da sbarco, 5 aerei e 174 morti.
La “Central Task Force” forte di 35.000 truppe americane al comando del generale Fredendall era imbarcata in Gran Bretagna e scortata da una forza navale britannica. Le operazioni di sbarco iniziano nelle prime ore dell’8 novembre ed incontrano presto una decisa resistenza da parte delle batterie e delle truppe francesi. Unità navali francesi escono in mare per impegnare le forze da sbarco ma sono affondate o costrette alla fuga. Dopo il fallimento di un primo tentativo di catturare il porto, contrastato violentemente dalle batterie e unità francesi, che causa pesanti perdite agli Alleati, un devastante bombardamento navale britannico costringe i francesi alla resa il 9 novembre.
Lo sbarco della “Eastern Task Force” composta da 23.000 truppe americane e 10.000 britanniche al comando del generale Ryder, salpata dalla Gran Bretagna con la scorta di unità inglesi, incontra invece quasi nessuna resistenza, grazie soprattutto all’azione della resistenza francese, principalmente composta da ebrei, che riesce temporaneamente a prendere il controllo della città di Algeri nelle ore immediatamente precedenti allo sbarco. L’unico combattimento si verifica quando due cacciatorpediniere inglesi con a bordo 600 soldati della 34a Infantry Division americana entrano nel porto di Algeri per tentarne la cattura e sono respinti dal fuoco di batterie e truppe francesi. Ogni resistenza cessa alle 18:00 con la resa della città ordinata dal Comandante delle Forze Armate francesi in Nord Africa, generale Juin.
Il giorno dopo, l’ammiraglio Darlan, ricevuto il via libera dal presidente Pétain, ordina la cessazione della resistenza francese in tutto il Nord Africa. Nei giorni successivi le forze alleate si mettono in marcia verso la Tunisia, mentre le forze francesi, al comando di Darlain si mobilitano per affiancare gli alleati.
La reazione delle forze dell’Asse
Le operazioni per lo sbarco in Nord Africa colgono di sorpresa i comandi dell’Asse che cominciano ad apprezzare la situazione di uno sbarco imminente solo a partire dal giorno 5, ma senza essere ancora in grado di determinare dove fossero dirette le ingenti forze navali che si ammassavano a Gibilterra e che includevano 3 portaerei, corazzate, mercantili e mezzi da sbarco. La sera dell’8 è infine chiaro che lo sbarco sta avvenendo nel Nord Africa francese.
Già il giorno 9, una cinquantina di aerei tedeschi atterrano a Tunisi trasportando paracadutisti tedeschi per stabilire una testa di ponte, senza che i francesi pongano nessun ostacolo. Intanto in Italia si apprestano i preparativi per mettere insieme un contingente per l’opzione C4, ossia l’invasione della Tunisia. Il 10 giunge un primo contingente di 22 caccia Macchi 202 della Regia Aeronautica.
Tra la sera del 9 ed il giorno 10 si tiene un convegno a Monaco tra i massimi vertici italiani, tedeschi e francesi. Hitler, che già la sera del 9 ha deciso l’invasione di Francia, Corsica e Tunisia, dà un ultimatum al primo ministro francese Laval, non consentendogli nemmeno di comunicare con Vichy. L’invasione ha inizio già il mattino dell’11 novembre. Le truppe tedesche che già occupavano la Francia per più di metà del suo territorio compresa la capitale Parigi, muovono verso sud senza incontrare resistenza. La Forza Speciale Navale italiana, originariamente costituita per la mai intrapresa invasione di Malta, sbarca a Bastia nella notte tra l’11 e il 12 novembre, mentre altre forze raggiungono Ajaccio e Porto Vecchio e l’occupazione italiana procede senza trovare resistenza.
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10 novembre, Nord Africa – confine libico-egiziano
Alla sera Rommel concentra le truppe a occidente del confine, tra il mare e Sidi Omar; lo schieramento che occupa una trentina di km è costituito da 90a Leichte, Pistoia, Gruppo Menton, X/7° Bersaglieri, 3° e 580 gruppo esplorante, in tutto circa 2.000 tedeschi e altrettanti italiani con 20 pezzi controcarro e una sessantina di pezzi di artiglieria campale. Dietro a questa linea vi sono il DAK e il XX Corpo, con circa 3000 tedeschi, 500 italiani, 14 panzer, 10 carri M14, e una sessantina di pezzi di artiglieria tra controcarro, campali e contraerea. Con questa esigua forza, per altro pericolosamente esposta al rischio di aggiramento da sud, non si può pensare di dar battaglia o di opporre resistenza e Rommel si tiene pronto a ripiegare alle prime avvisaglie di avvicinamento dei britannici. Gli inseguitori intanto si sono fatti sotto e hanno passato il confine già dal pomeriggio. Montgomery, preoccupato dalle difficoltà di rifornimento, rallenta la marcia delle divisioni, lasciando solo agli squadroni di autoblindo la libertà di procedere con incursioni in Cirenaica. Ciò non impedisce allo schieramento britannico di martellare gli italo-tedeschi con le artiglierie.
11 novembre, Nord Africa – confine libico-egiziano:
Cominciano ad affluire reparti tedeschi, compagnie di paracadutisti e panzergranadiere. Lo stesso giorno, a Biserta due piroscafi e cinque cacciatorpediniere italiani sbarcano il primo consistente nucleo di forze per occupare la Tunisia. Si tratta di un migliaio di uomini, appartenenti al 10° Bersaglieri, al 92° Fanteria, LDVI I gruppo semoventi da 75/18, CI e CXXXVI Battaglioni carro da 47/32 e 1800 tonnellate di materiale. Sia le unità tedesche che quelle italiane erano state approntate per rinforzare l’armata di Rommel.
Sul campo avverso, le forze alleate procedono nella loro avanzata, occupando tra l’11 e il 12 novembre le città di Bougie, Philippeville e Bona lungo la costa dell’Algeria, ed effettuando il lancio di paracadutisti, britannici e americani, all’interno, rispettivamente a Such el Arba e a Tebessa, entrambe nei pressi del confine con la Tunisia. Questi vengono a contatto con francesi e italo-tedeschi.
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12 novembre, Tunisia:
Anche la Pavia e il comando del X Corpo sono catturati in massa nel deserto a poca distanza da Fuka, mentre 600 superstiti della Ramcke e il XXXI battaglione guastatori d’Africa riescono a fuggire e, dopo infinite peripezie, a raggiungere il resto delle truppe a Matruh. Il numero dei prigionieri caduti in mano britannica dal 23 ottobre al 12 novembre è di 19.276 italiani e 10.724 tedeschi.
La ritirata prosegue con l’evacuazione di Matruh, dove nuovamente i tedeschi abbandonano la piazza senza coordinarsi né avvisare gli italiani e dopo essersi impossessati di treni e locomotori, impedendo la partenza di un convoglio di vagoni carico di materiali che devono essere distrutti. La fuga continua verso il confine sempre incalzata dalle avanguardie nemiche e dalle azioni dell’aviazione.
Lungo la Balbia si snoda un lungo serpentone di mezzi e autocarri, quasi tutti con truppe tedesche che portano ogni tipo di materiale e in alcuni casi viaggiano addirittura vuoti. La possibilità di resistere al confine, lungo la linea Sidi Omar-Capuzzo-Sollum-Halfaya, benché presa in considerazione e caldeggiata dal Comando Supremo, le cui valutazioni ed ordini sono sempre distanti dalla realtà delle cose, non è valutata come possibile da Rommel. Questi rifiuta, probabilmente a ragione, che gli siano inviati rinforzi di truppe appiedate che si troverebbero altrimenti presto nella medesima condizione delle cinque divisioni appena annientate nel deserto. La sua opinione è che tutte le truppe appiedate dovrebbero essere evacuate per via aerea, in Italia.
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13 novembre, Nord Africa – Cirenaica:
Le truppe britanniche entrano in Tobruk, mentre le truppe di Rommel arretrano su Ain el-Gazala, e da lì il giorno 14 l’arretramento prosegue.
Intanto le forze britanniche continuano l’inseguimento con colonne di autoblindo e carri Grant su due direttrici, una puntando su Bengasi e l’altra tagliando verso l’interno in direzione di Antelat.
15 novembre, Nord Africa – Cirenaica:
Inizia l’evacuazione di Bengasi che si protrae fino al 18, con la distruzione dei depositi di carburante, di munizioni e delle infrastrutture portuali e la fuga dei civili. Le forze di Rommel raggiungono Agedabia.
16 novembre, Tunisia:
continua l’afflusso di reparti italiani in Tunisia: la Divisione Superga e il I battaglione paracadutisti della Regia Aeronautica sbarcano da due piroscafi a Biserta, sotto un bombardamento. Appena sbarcati, i reparti sono subito mandati al fronte.
Lo stesso giorno giunge a Tunisi il generale Walther Nehring, che prende il comando delle forze armate dell’Asse in Tunisia, raggruppate nel XC Corpo. Nehring aveva ricevuto ordine da Kesserling di tenere la Tunisia e di avanzare verso ovest per guadagnare respiro. Apprezzata la situazione, Nehring si convince che la miglior difesa è l’attacco. Invia quindi verso Tabarka il gruppo Witzig, comprendente per parte tedesca l’11 battaglione pionieri paracadutisti, una compagnia carri con una trentina di panzer, una batteria da campagna, per parte italiana la 2a compagnia del 136° battaglione semoventi da 47mm, il 557° gruppo semoventi da 75/18 e il 1° Battaglione paracadutisti, con l’obiettivo di contrastare il nemico e respingerlo verso Bona. Il gruppo viene a contatto con l’avanguardia della 36a Brigata inglese il giorno 18, presso il villaggio di Djebel Abiod, dove si verifica un sanguinoso combattimento, che si protrae per tutta la giornata e che sostanzialmente blocca l’avanzata Britannica.
Invia quindi verso Tabarka il gruppo Witzig, comprendente per parte tedesca l’11 battaglione pionieri paracadutisti, una compagnia carri con una trentina di panzer, una batteria da campagna, per parte italiana la 2a compagnia del 136° battaglione semoventi da 47mm, il 557° gruppo semoventi da 75/18 e il 1° Battaglione paracadutisti, con l’obiettivo di contrastare il nemico e respingerlo verso Bona. Il gruppo viene a contatto con l’avanguardia della 36a Brigata inglese il 18 일, presso il villaggio di Djebel Abiod, dove si verifica un sanguinoso combattimento, che si protrae per tutta la giornata e che sostanzialmente blocca l’avanzata Britannica.
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19 novembre, Tunisia:
l generale Gandin, a cui il Comando Supremo ha affidato il compito di affrontare il rischio di una possibile puntata nemica verso Sfax o Gabes, nel sud della Tunisia, che, qualora si fosse verificata, avrebbe isolato la testa di sbarco a Tunisi e Biserta e tagliato fuori i collegamenti con l’ACIT che è ancora in ritirata in Libia. La zona deve quindi essere occupata e presidiata. A questo scopo è destinata la 50a Brigata Speciale, al comando del generale Imperiali. Un’autocolonna parte da Tunisi nelle prime ore del mattino del 21, giungendo a Sfax nel pomeriggio, rinforzata da gran parte del II/92° e da una compagnia tedesca. La forza del generale Imperiali si dispone per occupare un fronte molto ampio, distaccando una guarnigione a Sbeitla e occupando Sousse. Mentre dalla Tripolitania giungono il Reco Lodi, sono occupate Gabes, il 18 e Gafsa il 21, portando il fronte occupato dalla brigata ad un’ampiezza di 350 km, difficilmente difendibile. Il 22, Gafsa torna nelle mani degli alleati, che il 23 prendono anche Sbeitla.
20 novembre, Nord Africa – Bengasi:
Una colonna della 4a Armoured Brigade entra in Bengasi.
21 novembre, Nord Africa – Libia:
L’arretramento si ferma sulla linea tra Marsa Brega e El Agheila dove è prevista la nuova linea di difesa. Su El Agheila è fatta muovere la Divisione La Spezia e sono confluiti i resti della Giovani Fascisti che attraverso mille peripezie è riuscita a ritirarsi per centinaia di km dall’oasi di Siwa attraverso il deserto. Vi stanno inoltre giungendo reparti della Divisione corazzata Centauro che era in fase di approntamento e trasferimento dalla Tripolitania. Ma Rommel, che pur in precedenza aveva indicato questa linea come l’unica che avrebbe potuto offrire una possibilità di difesa, ora è convinto che non sia possibile opporsi all’avanzata britannica nelle condizioni in cui la sua armata si trova. E’ anzi ormai certo che non vi sia più nulla da fare contro lo strapotere numerico e tecnologico degli armamenti avversari e che l’unica mossa da considerare sia quella di una Dankerque africana. In quei giorni si incrociano rapporti, apprezzamenti della situazione, ordini, dispacci e innumerevoli riunioni tra i comandi sul campo e gli alti comandi a Roma e a Berlino. Mussolini, Cavallero e Bastico insistono per il mantenimento delle posizioni, considerando eccessivamente pessimistici gli apprezzamenti della situazione che giungono da Rommel, e rispondendo sempre con le solite promesse di rifornimenti e rinforzi, infarciti di retorica e fiducia nelle possibilità di tenuta e di vittoria.
24 novembre, Tunisia:
l’11a Infantry Brigade si avvicina a Medjez el Bab da ovest. Il suo comandante decide di portare due assalti prolungati alle postazioni tedesche. Il 5° Northamptons è mandato ad attraversare il fiume a monte di Medjez, mentre il 2° Lancaster Fusiliers porta un assalto frontale. L’attacco inizia poco prima dell’alba e i combattimenti durano per tutta la giornata contro fanteria e corazzati. Alla fine i britannici sono respinti e costretti a desistere. Il Lancasters riesce ad attraversare il fiume ma la sua avanzata è subito bloccata dalla reazione tedesca che li costringe a ritirarsi nuovamente sulla sponda occidentale.
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26 novembre, Tunisia:
Il 26 novembre il Derbyshire Yeomanry, su autoblindo, e una forza di carri leggeri americani raggiungono un altopiano che domina il campo di aviazione di Djedeida, a circa 20 km da Tunisi, riuscendo ad aggirare vari avamposti dell’Asse. Travolto un gruppo esplorante tedesco, i corazzati attaccano il campo distruggendo 17 Stuka e danneggiandone una ventina. Il generale Nehring, colto dal panico e temendo che questo sia il preludio ad un attacco in forze di truppe corazzate, ordina la ritirata su posizioni difensive intorno a Tunisi. Intervenne però Kesselring, che giunto a Tunisi il giorno seguente e analizzata la situazione, fa ritirare l’ordine.
Lo stesso giorno l’11a Brigade muove nuovamente all’assalto di Medjez, trovando le posizioni abbandonate in quanto i tedeschi si erano ritirati in seguito all’ordine di Nehring. A nord, lungo la strada per Biserta, la 36a Brigade riesce a proseguire l’avanzata per una decina di km oltre Djebel Abiod, raggiungendo Tamera.
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27 novembre, Francia:
Fallisce l’obiettivo principale dell’operazione italo-tedesca nell’occupazione della Francia del sud, cioè quello di impossessarsi della poderosa flotta da guerra francese nel porto di Tolone. Quando le truppe tedesche si presentano al porto, i francesi riescono a temporeggiare con fantasiose richieste burocratiche (dimostrando la scarsa volontà delle due parti di fare uso delle armi). Nel frattempo le valvole di allagamento delle navi sono già state aperte, e poco dopo esplodono anche le prime cariche di auto-demolizione. La nave ammiraglia Strasbourg brucia per diversi giorni, mentre altre navi come l’incrociatore Colbert e il Dupleix saltano in aria. Alcuni sommergibili come il Casablanca, il Marsouin, il Le Glorieux e l’Iris, contravvenendo gli ordini, lasciano Tolone per dirigersi verso porti amici o neutrali.
La maggior parte della flotta francese è resa inutilizzabile, e solo quattro cacciatorpediniere sono immediatamente recuperati; ad essi si aggiungerà poco più tardi anche il Valmy, che sarà riportato a galla. In totale sono affondate 235 000 tonnellate di naviglio, tra cui: 3 corazzate, 7 incrociatori, 18 cacciatorpediniere, 13 torpediniere, 6 avvisi, 12 sommergibili, 9 pattugliatori e dragamine, 19 navi ausiliarie, 1 nave scuola, 28 rimorchiatori e 4 bacini galleggianti.
Il giorno successivo, con un ritardo dovuto all’improvviso ordine, alla disorganizzazione e alla cronica mancanza di mezzi, la 4a Armata italiana occupa una striscia di territorio francese che giunge fino al Rodano e alla costa del Mediterraneo, includendo la Costa Azzurra, Nizza, Tolone, Aix en Provance, Grenoble e Chambèry.
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28월 XNUMX일:
Rommel si reca da Hitler a Berlino, nel tentativo di convincerlo a ritirare le truppe dal fronte africano, dove ormai la partita è persa, per preservarle e portarle in Europa in vista dell’inevitabile invasione. Alle 17 dello stesso giorno Hitler lo riceve investendolo con un: “come si permette di lasciare il suo comando senza il mio permesso!” e rimproverandolo per la situazione in Africa, dove a suo dire la mancanza di armi è dovuta al fatto che le truppe le hanno abbandonate. Quando Rommel gli espone la sua opinione circa la necessità di ritirarsi dall’Africa, Hitler va su tutte le furie escludendo tale possibilità. Recuperato il controllo, gli promette rinforzi e rifornimenti, tra cui un certo numero di nuovi carri Tiger e una ventina dei nuovi cannoni 88/41. Lo invia poi a Roma accompagnato da Goering con pieni poteri, perché conferisca con il Duce e concordi i termini necessari alla prosecuzione delle operazioni in Africa.
A Roma Rommel ha in Goering il suo peggior nemico: questi durante la riunione con Mussolini, Cavallero e Kesserling presso la sede del Comando Supremo, lo accusa tra l’altro di aver abbandonato le divisioni italiane a El Alamein. Goering non si risparmia pesanti apprezzamenti sugli italiani e sulla loro condotta della guerra, contravvenendo alla sorta di regola da codice etico che indica di non infierire sulle pecche dell’alleato. Rommel, il cui tatto non è certo dei più spiccati, ne rimane amaramente colpito e negativamente impressionato, maturando la sensazione che gli italiani hanno ormai una scarsa fiducia sull’alleato e sulle sorti che sarebbero state riservate all’Italia in caso di vittoria. Le cose poi vanno ancora peggio durante il successivo pranzo presso l’hotel Excelsior, dove l’obeso ed arrogante Goering, il cui comportamento è reso ancor più sfrenato dalla morfina di cui è pesantemente dipendente, continua ad offendere volgarmente Rommel e gli italiani.
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28 novembre, Tunisia:
Sotto continuo attacco degli Stuka, l’avanzata della 36a Brigade giunge a Jefna, dove incontra forti posizioni dell’Asse che dopo una giornata di sanguinosi combattimenti li costringono a ritirarsi. Il feldmaresciallo Kesselring (comandante supremo del teatro mediterraneo) giunge a Tunisi per una visita durante la quale redarguisce Nehring per la sua condotta poco decisa, dandogli ordine di prendere l’iniziativa e contrattaccare. L’obiettivo è prendere Tebourba, che costituisce un importante snodo stradale ed offre una buona posizione difensiva. Stanno infatti giungendo I reparti della potente 10a Panzer Division del generale Fischer, con oltre 150 carri armati, tra cui 100 Panzer III, 20 Panzer IV e 5 Panzer VI Tiger.
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29 novembre, Tunisia:
il 5° Northamptons dell’11a Brigade, supportato da una compagnia di carri Grant e da artiglieria, porta un nuovo attacco a Djedeida, che viene respinto. A sud di Tunisi, il 2° Parachute Battalion atterra a Depienne con il compito di attaccare l’aeroporto di Oudna, a 15 km da Tunisi. Lo trovano abbandonato e sono poi fatti segno di intenso fuoco. Trovandosi isolati, a un centinaio di km dietro le linee dell’Asse, iniziano una difficile ritirata sotto continui attacchi aerei e scontri a fuoco, che costano al reparto la perdita di 16 ufficiali e 250 uomini su una forza iniziale di 460.
30 novembre, Tunisia:
i britannici tentano un nuovo attacco a Djedeida, ma l’aeroporto è tornato operativo e anche quest’attacco è respinto con il contributo degli Stuka. Lo stesso giorno la 36a Brigade lancia un secondo attacco a Jefna, respinto anch’esso dagli italo-tedeschi.
Al generale Anderson diventa chiaro che il primo attacco su Tunisi è fallito, che la resistenza italo-tedesca si sta continuamente rafforzando e che la situazione richiede di porsi sulla difensiva, aspettando l’arrivo del grosso delle divisioni Alleate e di un maggiore supporto dell’aviazione.
1 dicembre, Nord Africa: Tunisia - Biserta:
è tentato un attacco alle spalle di Biserta con un azione di commando. Prima dell’alba, circa 500 uomini sono sbarcati a nord-ovest della città, con il compito di penetrare le linee ed impossessarsi della strada occidentale di accesso a Biserta. Gli incursori sono avvistati da un aereo, e una compagnia del XXXIV Bersaglieri è inviata per intercettarli. Il primo contatto avviene alle 10 del mattino e mette in fuga gli assalitori, una cinquantina dei quali si arrendono e sono catturati. Nel pomeriggio, il grosso del XVI battaglione e una compagnia di carri tedeschi intercettano nuovamente il reparto, impegnandoli in combattimento e catturando un’altra ottantina di prigionieri, mentre il resto si dà alla fuga riuscendo a ricongiungersi con le linee alleate dopo 4 giorni di marcia.
리비아 :
Rommel rientra in Africa e si incontra con Bastico per fare il punto della situazione e concordare la strategia del successivo ripiegamento sulla linea di Buerat. Le forze disponibili ammontano ad 80.000 uomini, di cui 50.000 tedeschi e 30.000 italiani; 54 panzer tedeschi e 42 carri M italiani; 46 autoblindo complessive; 162 pezzi controcarro tedeschi, di cui 48 da 88, e 179 italiani 47/32; 225 pezzi di artiglieria campale italiani e 69 tedeschi. Le munizioni sono scarse e ancora peggiore è la situazione dei carburanti. Il piano per il ripiegamento prevede la ritirata a scaglioni dei circa 33.000 uomini delle fanterie nelle notti a partire da quella sul 6 dicembre, terminato il quale si procederà allo sgombero di magazzini e depositi. Per ultime si sarebbero ritirate, combattendo, il DAK, la 90a Leichte, la Luftwaffenjagdrbrigade, il kampfgruppe Menton e il gruppo combattimento XX Corpo. Mentre il ripiegamento procede lentamente, i britannici mantengono la pressione, sempre puntualmente informati dalle intercettazioni Ultra su situazione e piani dell’Asse.
1-4 dicembre. Tunisia – Battaglia di Tebourba:
Intorno a Tebourba sono schierati numerosi reparti di fanteria e corazzati anglo-americani. Il generale Fischer, comandante della 10a Panzerdivisionen, appena giunta il Tunisia, suddivide la sua forza in quattro gruppi tattici, per accerchiare il nemico. L’attacco ha inizio alle 8 del mattino del 1 dicembre, da tre direzioni differenti, ed ottiene un rapido successo. Gli anglo-americani, ripiegano pur continuando a resistere. I combattimenti continuano per due giorni, con reiterati tentativi di contrattacco portati anche dalla Combat Command B della 1a Armoured Division americana, fatta affluire a rinforzo e che subisce forti perdite. Il giorno 3 12월 i tre gruppi tattici tedeschi appoggiati da pesanti bombardamenti aerei conquistano altre posizioni, mentre i tentativi di contrattacco degli Alleati sono tutti respinti. Gli Alleati iniziano a ritirarsi sotto un forte martellamento di artiglieria e fuoco di mitragliatrici che li costringe ad abbandonare automezzi e materiali, mentre cercano di ripiegare in piccoli gruppi attraverso i campi, dopo aver perduto 55 carri armati, 4 autoblindo, 39 pezzi di vario calibro, circa 300 automezzi e un migliaio di prigionieri. Intorno alle 11 del 4 12월, con un attacco da est e da ovest, i tedeschi occupano la cittadina.
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2 dicembre, Mediterraneo:
6 dicembre, Tunisia - Combattimento di Djebel el Guessa:
il generale Fischer rinnova il contrattacco tedesco nell’intento di ricacciare ancora più indietro gli Alleati. Un deciso attacco sul Djebel el Guessa, impegna per tutta la giornata due battaglioni della 6a Armored Infantry americana (2° e 6°), dell’8° battaglione Argyll and Sutherland Highland Regiment e di parte del 27° battaglione Armored Field Artillery. L’attacco inizia alle 7 del mattino con due ondate di bombardamenti in picchiata, seguiti dal martellamento di mortai e mitragliatrici dei paracadutisti tedeschi, presto rinforzati da altra fanteria e ulteriori bombardamenti aerei.
Allo stesso tempo, da sud avanzano una ventina di carri del 7° Panzerregiment, e fanteria meccanizzata che minacciano di tagliare la ritirata degli alleati. Gli americani si ritirano precipitosamente con gravi perdite. Una batteria della 27a Armored Field Artillery, poi rafforzata da una seconda riesce a fermare l’avanzata tedesca distruggendo alcuni panzer, ma viene poi accerchiata e catturata. Un tentativo di contrattacco del 2° battaglione del 13° Armored Regiment è efficacemente respinto dai tedeschi. Il generale Evelegh ordina quindi un ulteriore ripiegamento verso Medjez el Bab ed un articolato ridispiegamento delle forze che inizia la notte sul 7 e prosegue per tre giorni.
Lo stesso giorno giunge in Tunisia il generale Gause, incaricato da Hitler di imporre la resa all’ammiraglio Derrien, comandante delle forze navali francesi, e in caso di rifiuto di agire con la forza. Gause comunica anche al generale Nehring la sua destituzione, causata dalla non brillante condotta delle operazioni, e l’arrivo del suo successore, generale Hans Jurgen von Armin, che giunge a Tunisi la sera dell’8 dicembre insieme al suo capo di stato maggiore generale Heinz Ziegler.
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9 dicembre, Tunisia:
Gause presenta l’ultimatum all’ammiraglio Derrien, comandante della Marina francese in Tunisia, dandogli mezz’ora di tempo per la risposta. L’ammiraglio francese, per evitare il massacro dei suoi uomini che comunque non sono nella condizioni di resistere, accetta la resa delle forze in suo comando a Biserta, che frutta agli italo tedeschi tutte le batterie costiere, un arsenale, tre torpediniere, nove sommergibili, artiglierie, e la consegna delle armi di 10.000 uomini, tra cui 7.000 senegalesi che sono presi come prigionieri di guerra.
Il resto delle forze armate francesi in Tunisia è ormai schierato con gli Alleati, mentre i tedeschi iniziano una politica di attenta gestione dell’occupazione della Tunisia, che considerano come loro scacchiere, cercando di accattivarsi le simpatie della popolazione e, con grande efficienza, di sfruttarne ogni risorsa economica e produttiva, precludendone ogni accesso agli italiani. Ogni aspetto amministrativo ed economico passa sotto stretto controllo tedesco. La popolazione, divisa tra sostenitori della Francia libera e fedeli a Pètain, mantiene un atteggiamento tranquillo e collaborativo con i tedeschi, che sono temuti, mentre gli italiani sono generalmente malvisti. La presenza tedesca è ben evidente, e fa di tutto per favorire francesi e arabi, mentre si dimostra ostile rispetto alla componente italiana, alla quale non risparmia ingiustizie e restrizioni.
Il Comando Supremo si limita all’arruolamento di volontari tra i numerosi cittadini italiani residenti in Tunisia, che ben presto raccoglie 2000 volontari che sono inquadrati prima in tre poi in due battaglioni, mentre in Italia si costituisce il battaglione T, formato da persone di origine tunisina residenti in Italia, che sbarcherà in Tunisia a metà del mese di gennaio. Inizialmente i volontari danno tuttavia problemi di disciplina e comportamento verso la popolazione civile, che obbligano a prendere provvedimenti per un inquadramento più rigido da parte di ufficiali e addestratori della divisione Superga.
10 dicembre, Tunisia:
Fischer riprende l’attacco con tre colonne a nord e a sud del fiume Medjerda, costringendo il Combat Command B, che si trova ancora a sud del fiume, a ripiegare precipitosamente dopo aver sostenuto diversi scontri, che causano la distruzione o l’abbandono di una quarantina di corazzati, un centinaio di pezzi di artiglieria e circa 200 automezzi. Grazie all’abilità tattica ed aggressività dei comandanti delle varie formazioni, i tedeschi ottengono importanti vittorie In questo settore, che influiscono sul morale di entrambi i contendenti.
All’elevato spirito delle truppe tedesche, che malgrado le risorse inferiori all’avversario hanno avuto riprova della loro superiorità tattica, si contrappone il senso di avvilimento degli italiani, che pur mantenendo un buon morale, devono una volta di più constatare l’inadeguatezza dei loro armamenti e fare i conti con l’atteggiamento spesso poco rispettoso e ancor meno costruttivo dell’alleato. Nel frattempo con l’arrivo di altri reparti dell’Asse si provvede a consolidare e ad allargare la zona di difesa ad ovest ed a sud di Tunisi.
12 dicembre, Nord Africa - Libia:
Un attacco della 51 Infantry Division supportato da intenso fuoco di artiglieria, obbliga la Luftwaffejager ad abbandonare la posizione, mentre la 15a con un’energica reazione respinge gli attaccanti.
14 dicembre, Nord Africa - Libia
Fin dall’alba i reparti della 7a Amroured Division avanzano contro le retroguardie italo-tedesche. A mezzogiorno l’8a Armoured Brigade sferra un primo attacco, respinto dalla reazione del I/66° fanteria e dell’artiglieria. Nel pomeriggio i britannici tornano all’attacco con maggiore energia, ma sono respinti dalla accanita reazione della fanteria, dell’artiglieria e dal contrattacco portato dai carri del XIV/31° del gruppo Ariete, che costa 109 morti, tra cui 8 ufficiali, e quattordici carri distrutti, mentre i britannici lasciano sul terreno una ventina di carri. Altre manovre e tentativi di accerchiamento dei britannici non vanno a buon fine ed entro il 18 dicembre tutte le truppe dell’Asse sono entro la linea di Buerat.
La situazione però non è cambiata: neanche la difesa su Buerat si può considerare possibile, e Rommel rimane deciso nel suo intento di ritirare le truppe in Tunisia. Questa decisione, se presa all’ultimo momento, significherebbe la perdita di Tripoli e di tutte le truppe, le scorte e la popolazione civile che lì si trovano. Bastico, a cui la situazione comincia a profilarsi finalmente chiara, cerca di trasmetterla al Comando Supremo a Roma, chiedendo direttive strategiche. La risposta che ottiene da Mussolini e Cavallero è di ordinare a Rommel la resistenza a oltranza sulla linea di Buerat. Il ricevimento di questo ordine manda Rommel su tutte le furie: egli fa tra l’altro presente che pur considerando una difesa all’ultimo uomo sulla linea di Buerat, cosa che avrebbe comportato l’annientamento almeno di tutte le truppe appiedate (ossia 30.000 italiani), ciò non impedirebbe il rischio di un aggiramento delle forze britanniche da sud, direttamente su Tripoli.
Il giorno seguente Mussolini con un nuovo dispaccio a Rommel, smussa i termini del precedente ordine, precisando che la difesa dovrà essere tenuta con estrema decisione e il più a lungo possibile per guadagnare tempo utile a far giungere rinforzi dalla Tunisia. Ordini, riunioni, valutazioni ed aggiustamenti continuano ad intrecciarsi nelle settimane seguenti, mentre dal lato britannico, Montgomery decide di fermare l’avanzata per tre settimane, in modo da riorganizzare le divisioni ed apprestare quanto necessario in vista di una battaglia per Tripoli.
20 dicembre, Tunisia:
Gli anglo-americani intendono riprendere l’offensiva a nord, con una forte azione in direzione di Tunisi, lungo la sponda sudorientale del fiume Medjerda, e attraversandolo a Djedeida. Preliminarmente avrebbero dovuto riprendere parte del bacino nordoccidentale del fiume.
L’attacco Alleato è preceduto da operazioni condotte dalle forze francesi nel settore meridionale, per prendere possesso delle alture dominanti in prossimità della giunzione tra le dorsali orientale e occidentale. L’obiettivo è costituito dall’altopiano del (988m) fino al Djebe Zarhouan (1295m), a sud e ad est di Pont du Fahs.
In quella zona Von Armin ha appena mandato reparti della divisione Superga che si trovano a interdire il tentativo francese. Si tratta però di 11 capisaldi ognuno della forza di una compagnia, appoggiati da 5 batterie da 75/18, su un fronte di 50 km, che lascia grossi spazi di penetrazione all’avversario. Il primo tentativo dei francesi porta alla presa di una posizione, ma il 22 dicembre dopo due giorni di combattimenti con gravi perdite viene fermato. Il 27 l’attacco è ritentato, questa volta con maggiori forze, sotto il comando del generale Maurice Mathenet, supportato da unità corazzate alleate, cannoni anticarro e aviazione, ma anche questo tentativo dopo combattimenti con fasi alterne non porta a nessun successo e convince i francesi a desistere.
Bundesarchiv, Bild 101I-562-1164-26A / Appe [Arppe]
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22-24 dicembre, Tunisia:
comincia l’attacco alleato a nord, nella zona di Long Stop Hill e Tebourba. Inizialmente le cose sembrano mettersi bene per gli Alleati che travolgono reparti di fanteria tedesca appena giunti in linea e poco armati, ma dopo quattro giorni di aspri combattimenti con gravi perdite da entrambe le parti e sotto una continua pioggia che rende il terreno un mare di fango, il tentativo è abbandonato: Eisenhower e Anderson, marcatamente depressi, prendono la decisione di non tentare alcun’altra operazione durante la stagione delle piogge.
Il tentativo di prendere Tunisi e ributtare in mare i tedeschi prima che le loro forse si attestino è perduto: i tedeschi hanno dimostrato una netta superiorità tattica guidati da abili generali come Nehring e Fischer e da esperti ufficiali mentre I reparti paracadutisti e del genio impegnati in missioni al limite dell’impossibile hanno eseguito I loro compiti con grande valore, guadagnando tempo per permettere l’afflusso dei reparti pesante appena sbarcati. I tedeschi hanno vinto la “corsa per Tunisi” e la campagna per gli Alleati dovrà procedere in modo prolungato e con una differente strategia.